Cosenza, basta con alibi e prestazioni “ridicole”

Carmine Calabrese

Carmine Calabrese

Un sentito e doveroso scusatemi. Uno scusatemi che mi viene dal cuore e che, per senso di dovere e deontologia professionale, sento di dover rivolgere ai colleghi e a tutti gli affezionati e appassionati lettori di “SoloCosenza”.

Non me la sono sentita, a caldo, di raccontarvi la cronaca (tra il trhilling e il noir, ndc) di una partita che di sportivo, non ha avuto nulla. Nemmeno lo scorrere di quasi 72 ore dal triplice fischio finale mi sono bastate per “metabolizzare” l’ennesima sconfitta, la quinta consecutiva, rimediata dai Lupi in casa. Anche contro l’Ascoli è andato in scena un altro “scempio”. Tecnico, tattico, agonistico, caratteriale, psicofisico. Ancora una volta, purtroppo, la passione, il cuore, il senso d’appartenenza, la voglia di riscatto di una città, di una tifoseria, sono state calpestate e messe alla berlina.

Senza il benchè minimo “mea culpa” da parte di una squadra irriconoscibile, vittima di chissà quali e quanti maledetti incantesimi, e di un tecnico in piena confusione o, se preferite, in balia dei suoi incubi peggiori. L’1-3 contro i marchigiani lascia l’amaro in bocca. Non solo per la pesantezza del risultato ma, soprattutto, per la facilità realizzativa con cui Collocolo, Caligara e Iliev hanno “smantellato” il Cosenza e la sua fragilità caratteriale.

Parlare di fragilità equivale, quasi, a voler tentare una di quelle disperate difese d’ufficio ad un gruppo di calciatori che, da quella straordinaria esibizione del 27 ottobre contro la Ternana, ha smesso di essere “squadra”, ha smesso di lottare, ha smesso di impegnarsi. E, ancora più grave, ha smesso di crederci. E di rispettare un’intera città. Mentre scrivo, cerco, con molta fatica, di tenere a bada la mia interiore veemenza di tifoso, per tentare di far emergere l’obiettività da cronista e la pacatezza da sportivo.

L’Ascoli, nonostante le assenze di Dionisi, Sabiri e altri “titolarissimi”, ha fatto il suo dovere, onorando la maglia e giocando onestamente la sua partita. I bianconeri, analizzando i 90 e passa minuti, non hanno “rubato” nulla. Anzi, semmai, hanno avuto la scaltrezza, la furbizia, l’opportunismo di approfittare delle ennesime ingenuità collettive e amnesie singole e, anche con la complicità di un penalty, “brindare” tre volte, dando continuità alla precedente “presa” di Terni. Il primo gol, segnato da Collocolo, ex gioiello dei Lupi, arrivato dopo appena sei minuti dal fischio d’inizio, è stato sconfortante per costruzione, velocità e finalità realizzativa. Sembrava un gol da allenamento o, se preferite, da calcetto. L’illusorio 1-1 è più merito di uno scatto, solo uno, d’inerzia rossoblù che di convinto tentativo di provare a ribaltare l’esito della gara. Non a caso, complice un impeto di “frustrazione” di Bittante (espulso, ndc) e una colossale amnesia difensiva, l’Ascoli ritrova il vantaggio dagli 11 metri, con Caligara. Il terzo gol bianconero è ancora più scolastico, con Iliev lasciato solo in area e libero di prender la mira, calciare al volo e segnare. Cosa dire di più, se non uno sconfortante: e ora? Già, e ora?

Ora, la palla passa al diesse Goretti che, dopo aver concluso le operazioni di Histrov e Liotti, deve trovare argomenti convincenti per far sì che gli abboccamenti con Casasola, D’Angelo e D’Urso (giusto per fare qualche nome, ndc) si trasformino in “matrimoni”. Pordenone e Vicenza, penultima e ultima forza del torneo, stanno dimostrando di avere voglia di crederci e di tentare un’impresa che, almeno sulla carta, appare proibitiva. Ma, si è sempre detto che, dati statistici alla mano, il girone di ritorno è tutto un altro campionato. Questo Cosenza, oltre che di innesti che alzino il tasso atletico, qualitativo e quantitativo, ha bisogno di ritrovare autostima, convinzione nei propri mezzi e di “resuscitare” alcune certezze: una su tutte Palmiero…

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